Le parole che educano (più dei gesti)
Quante volte ci capita di dire, senza pensarci troppo: “non correre”, “non sbattere la porta”, “non urlare”? Sono frasi che escono rapide, automatiche, spesso mosse dalla fretta o dal bisogno di proteggere. Eppure, in quelle parole, c’è un messaggio che il nostro bambino potrebbe non comprendere come crediamo.
Nel rapporto con i figli, le parole non sono solo strumenti di comunicazione, ma veri e propri semi di crescita. Ogni frase che pronunciamo può costruire o limitare, accompagnare o confondere. Ecco perché imparare a comunicare in modo consapevole diventa un atto d’amore, una forma di presenza profonda e responsabile.
Il cervello non “legge” il non
C’è un principio che ci può aiutare a capire meglio questo meccanismo: il nostro cervello lavora per immagini. Quando diciamo a un bambino “non correre”, la prima immagine che si forma nella sua mente è proprio quella di sé che corre. Il “non” viene elaborato più lentamente o, a volte, nemmeno considerato.
È come se dicessimo: “visualizza ciò che non voglio tu faccia”, sperando che ne tragga l’inferenza giusta. Ma per un bambino — che vive ancora immerso nella concretezza e nella fisicità — questo processo è tutt’altro che immediato.
Dire invece “vai piano” o “chiudi la porta con gentilezza” o “abbassa il tono di voce”, dà al cervello una direzione chiara, un’immagine positiva da seguire. Lo stesso vale per “non gridare” (meglio: “parla piano”) o “non toccare” (più efficace: “tieni le mani vicino a te”).
Il modo in cui parliamo può generare collaborazione o resistenza, comprensione o confusione. Educare o insegnare evitando le negazioni è un piccolo cambiamento che fa una grande differenza.
Il linguaggio positivo crea consapevolezza
Quando fornuliamo una frase in positivo, non ci limitiamo a “dire cosa fare” al posto di “cosa non fare”. Educare alla consapevolezza significa accompagniamo il bambino a comprendere le conseguenze delle sue azioni, a percepire sé stesso in relazione al mondo, a crescere nella fiducia.
Un linguaggio che guida, anziché proibire, genera sicurezza. Non perché tutto sia permesso, ma perché tutto sia spiegato.
“Scendi piano dalle scale” anziché “non correre giù per le scale”.
“Tieni la voce bassa in biblioteca” invece di “non urlare”.
In queste frasi c’è un’intenzione educativa più profonda: trasmettere valori come il rispetto, l’attenzione, l’autoregolazione.
E soprattutto, c’è una direzione chiara: cosa fare, come comportarsi, dove orientarsi.
Dal coaching un principio chiave: definire in positivo
Nel coaching professionale, uno dei pilastri fondamentali è aiutare il cliente a definire il proprio obiettivo in positivo.
Non chiediamo “cosa vuoi smettere di fare”, ma piuttosto:
“Cosa vuoi al posto di ciò che non vuoi più?” o “Cosa otterrai quando avrai smesso…?” Perché se l’obiettivo è formulato come “non voglio più sentirmi inadeguato”, il focus resta sull’inadeguatezza. Ma se si trasforma in “voglio sentirmi competente e sicuro”, allora l’energia mentale si orienta verso la costruzione, non verso l’evitamento.
Lo stesso vale nella relazione con i figli. Quando diciamo loro cosa evitare, li lasciamo in un’area grigia. Quando invece offriamo un’alternativa concreta e positiva, stiamo facendo quello che fa un coach: li stiamo accompagnando a vedere una possibilità, a muoversi verso qualcosa, a scegliere.
Parlare in positivo non significa essere permissivi. Significa avere una direzione educativa chiara, che aiuta il bambino a conoscersi, riconoscere i limiti e rispettarli, ma in modo costruttivo e non punitivo.
Genitori come coach: empatia, ascolto e guida
Il coaching ci insegna anche un altro grande valore: l’ascolto attivo e l’empatia. Come genitori, abbiamo la possibilità ogni giorno di allenare queste competenze: ascoltare senza giudicare, accogliere le emozioni, rispecchiare i bisogni dietro i comportamenti.
Quando un figlio “fa qualcosa che non va”, la tentazione è quella di correggere subito. Ma se fermassimo il momento e provassimo a chiederci:
“Cosa sta cercando di comunicare?”
“Che bisogno c’è dietro questo comportamento?”
Entreremmo in una dimensione più profonda, quella della relazione vera.
Un genitore che si pone come coach non è colui che dà ordini, ma colui che accompagna, guida, osserva, pone domande, lascia spazio. E quando serve, sceglie parole che nutrono, che incoraggiano, che rafforzano.
Un genitore che si pone come coach non è colui che dà ordini, ma colui che accompagna, guida, osserva, pone domande, lascia spazio. E quando serve, sceglie parole che nutrono, che incoraggiano, che rafforzano.
E prima di dare un consiglio, meglio stimolare i bambini a riflettere:” Quale idee hai in proposito? o “Tu come faresti?”.
Scegliere le parole, scegliere chi vogliamo essere
Comunicare in modo consapevole non è un esercizio di perfezione. Non pretendiamo di essere sempre centrati, pazienti, lucidi. Ma possiamo allenarci a diventare genitori che parlano con intenzione, che scelgono ogni giorno come essere presenza nella vita dei figli.
Scegliere di dire “cammina piano” invece di “non correre” non cambia solo il comportamento del bambino. Cambia anche l’atteggiamento del genitore, che passa dalla reazione alla relazione.
Dal controllo alla guida.
Dalla correzione alla costruzione.
E questo, a ben vedere, è anche un viaggio di crescita personale. Perché il linguaggio che usiamo con gli altri, è spesso lo stesso che usiamo con noi stessi. Se impariamo a parlare in modo più gentile, positivo, chiaro… iniziamo a cambiare anche il nostro dialogo interno. E da lì, tutto si trasforma.
Il dialogo che costruisce legami
Essere genitori è il ruolo più complesso e meraviglioso che possiamo ricoprire. Non abbiamo bisogno di essere perfetti, ma di essere presenti e consapevoli. Le parole che scegliamo, giorno dopo giorno, sono come fili invisibili che tessono la trama della relazione con i nostri figli.
Scegliere un linguaggio che nutre è scegliere di essere un esempio, un punto di riferimento, una base sicura
. È scegliere di crescere insieme a loro, in un dialogo fatto di ascolto, rispetto e fiducia.
Ogni frase può essere un ponte o un muro.
Sta a noi decidere quale tipo di costruzione vogliamo lasciare in mano ai nostri figli
E ricordiamo che, a volte, basta cambiare una sola parola per trasformare tutta la relazione.

